1998 – 1999: Scambio biennale
Palestina- Israele- Europa

Un gruppo di studentesse del Liceo Virgilio e di altre scuole di Roma ha partecipato per due anni ad uno scambio internazionale insieme a ragazze palestinesi, israeliane e spagnole sul tema dei rapporti tra i due popoli del medio Oriente. Lo scambio è stato organizzato da Luisa Morgantini, presidente dell’Associazione per la pace e deputata europea; il primo incontro di tre settimane si è svolto in Italia nell’estate 1998, con un seminario residenziale nei Castelli Romani e visite ufficiali a Firenze, Napoli. A Roma il gruppo è stato ricevuto dal Presidente della Repubblica e dal sindaco. Le partecipanti palestinesi ed israeliane hanno realizzato un processo di avvicinamento che le ha portate a riconoscere problemi e difficoltà delle nuove amiche e anche errori del proprio popolo. Poi, nel luglio del 1999 , viaggio di due settimane del gruppo a Gerusalemme, con visita di Israele e dei territori palestinesi. Riportiamo due interventi su questa interessante esperienza.

Luisa Morgantini con un gruppo di donne palestinesi

Palestina – Israele: una neutralità difficile, di Francesca Caruso*
Sono stata tra le dieci ragazze di Roma che hanno partecipato allo scambio con dieci ragazze palestinesi, dieci israeliane e otto spagnole e quindi ho studiato un po’ l’argomento prima di ascoltare le testimonianze delle ragazze che vivono questo conflitto.
Mi ero fatta un’idea, ma non sapevo come era davvero la realtà, anche perché le cose che mi venivano raccontate erano lontane dalla mia cultura e dalla mia vita. Mi sembrava di assistere ad una lezione di storia in cui ti parlano di popoli costretti quasi in schiavitù da altri più potenti….
Ecco quello che mi ha più colpito, la volontà dello stato di Israele di voler controllare e gestire la vita di ogni singolo “cittadino” palestinese (non so se sia corretto definirli cittadini, in quanto il loro stato non è riconosciuto e non credo siano previsti cittadini senza uno stato). 
E’ stato difficile per me rimanere neutrale di fronte alla realtà che abbiamo vissuto per due settimane. Prima di tutto i palestinesi sono stati costretti ad abitare solo piccole parti di quel territorio che prima erano abituati a considerare “la loro terra”; questo ha implicato e tuttora implica confische di terreni (anche privati), di abitazioni che l’autorità militare israeliana espropria in favore del governo. Molti dei territori palestinesi sono isolati e non sono in comunicazione tra loro, di fatto si tratta di città e villaggi in stato d’assedio con blocchi militari.
Ormai la disoccupazione ha raggiunto livelli molto alti, e molteplici sono le cause: molti lavoratori e commercianti non possono più raggiungere il posto di lavoro perché non sono in possesso di quei famosi permessi tanto difficili da ottenere, concessi dal governo israeliano per potersi allontanare dalla propria città. Inoltre è stato attuato un blocco delle esportazioni e dell’industria della pesca.


incontro in un circolo culturale Palestinese


Moltissime scuole sono inattive dato che gli insegnanti non possono raggiungerle; alcune facoltà universitarie che potevano contribuire allo sviluppo della Palestina sono state soppresse. E’ stato vietato di insegnare storia e geografia, 1500 libri sono stati messi al bando e gli insegnanti che organizzano lezioni a domicilio sono condannati fino a 10 anni di carcere e a pagare multe salate.
Un altro problema gravissimo che si trovano a dover affrontare è quello dell’acqua; l’acqua è razionata, scorre a cielo aperto ed è inquinata dalla rete fognaria. I palestinesi non possono scavare pozzi oltre una determinata profondità e sono costretti a comprare l’acqua dai coloni israeliani.
Questo ha forti ripercussioni sulla salute dei palestinesi; inoltre a medici e malati è vietato recarsi negli ospedali, sono sospese le vaccinazioni per i bambini e la quantità di farmaci disponibili è limitata. Questi divieti e costrizioni sono attuati dal governo israeliano nella speranza di privare i palestinesi della propria identità, di cultura e consapevolezza storica e quindi destinati alla sconfitta.
Ho avuto la fortuna di conoscere il popolo palestinese ed ho scoperto che si tratta di un popolo fiero, fortemente legato alle proprie tradizioni e con un forte senso della patria,: non credo perciò che le aspettative degli israeliani siano fondate.

Una notte a Gerusalemme, di Maria Giovinale.
E' stata la prima notte quella a Gerusalemme. Ricordo che era davvero tardi. Siamo uscite dall'hotel solo dopo le undici, ma ci sentivamo in forma. Eravamo troppo eccitate per andare a letto.
Volevamo uscire, evadere e scoprire. Non si sentiva nulla in giro. Compaiono i mitra con i militari. Mi si gela il sangue, e mi stringo alle altre. Attraversiamo il check point. Ci tolgono le borse e ci perquisiscono. Siamo giunti al muro del pianto. Qualche leggera luce e l'immenso cielo. Il muro è un po' lontano da noi.
Da una parte sono disposti solo uomini, da quella opposta solo donne. Sono ebrei, ma mi hanno detto che tra uomini e donne intercorre la stessa distinzione come per i mussulmani, per non distrarsi durante la preghiera.
I fedeli in preghiera sono molto rispettosi di questo luogo sacro. Non si è trasportati dall'allegria dai canti delle nostre chiese. Gli stessi bambini percepiscono l'importanza del silenzio. 
Mi avvicino un po' di più al muro bianco, le bambine sono coperte fino alle caviglie. Fino a poco prima avevo notato solo l'austerità dell'abito tradizionale maschile.
Ho l'immagine di un bambino, che avrà avuto all'incirca sette anni che passeggiava con un rabbino.
Già sapeva che cosa sarebbe diventato: il suo vestito lo diceva, e le treccioline che scendevano dalle tempie ne garantivano il percorso.
Mentre recitano una specie di nenia, dondolano: vedo dei libri al centro, sono scritti in ebraico. Un ragazzo ne prende uno, e incomincia con quel movimento che scandisce il ritmo dei suoi versi. 
Vedo altri foglietti arrotolati e infilati nelle fessure del muto. Molti scrivono, vogliono chiedere qualcosa a Dio; mi è stato detto che anche io posso scrivere una mia richiesta a Dio se voglio. La lascerei impressa su qualche foglio di carta che rimarrebbe tra un blocco e l'altro del muro.
Ma io ho intenzione di rispettare quel posto che è il loro.
Torno lentamente dalle altre che mi aspettano poco più avanti e volto le spalle al muro del pianto.
Non lo sapevo che avrei dovuto camminare all'indietro con il viso rivolto a quel muro.
Sembravano 2 mondi paralleli : uno del giorno, uno della notte, uno in Palestina, l'altro in Israele.