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La prima volta di Joyce Lussu al Virgilio è stata sul finire degli anni ’80 : lei era entusiasta della nostra scuola perché ne condivideva l’impegno costruttivo, l’attuazione di una didattica innovativa, frutto di una seria ricerca metodologica e strutturale che apriva gli studi classici tradizionali ad una sperimentazione pluri– indirizzo di più ampia rispondenza alle esigenze formative delle nuove generazioni. Per questi motivi Joyce aveva favorito l’iscrizione dei suoi due amati nipoti Pietro e Tommaso al nostro liceo. Nell’89, l’anno della Pantera, Joyce partecipò ad una memorabile, riuscita autogestione con vivaci, illluminanti interventi sui tempi più urgenti della formazione e della ricerca. La passione e il rigore analitico, la spinta alla progettualità dei suoi interventi coinvolsero a tal punto studenti e docenti che, negli anni successivi, si svolsero al Virgilio seminari e corsi di aggiornamento sulla Metodologia della storia, che videro la partecipazione di studenti e docenti, anche di altre scuole e di numerosi genitori. Joyce, bellissima ancora a 80 anni, era essenziale nell’abbigliamento; pure non rinunciava ad una sottile, pudica civetteria: i pettini colorati che le accoglievano sulla nuca i bianchissimi capelli, gli scialli e, ai piedi, le leggendarie comode cinesine. Ostinata, determinata, sapeva essere durissima, talvolta faticosa. Ma, quando parlava, la sua persona pareva dilatarsi ed assumere una dimensione epica. Il suo discorso era ampio, ma costruito con attenta organicità. La sintesi era mirabilmente ovvia, convincente. Joyce andava alla sostanza delle cose, con il suo rigore ti metteva dinnanzi ai fatti e ti costringeva naturalmente ad intervenire per cercare di migliorare il mondo. Ecco, ad una coscienza morale, civile, illuminata e resa attiva dalla fiducia nel futuro. Joyce diceva sempre, tra le molte altre, due cose: “ L’utopia è il possibile nel reale” e “se, cominciando da noi, ci muoviamo, ci rendiamo conto di essere in tanti…….. non è importante il successo, ma quello che succede e succederà”.
E’ quanto accade con la poesia di Nazim Hikmet, tradotto da Joyce nel 1964 per promuovere la causa del popolo curdo e divenuto ben presto un best seller. Tra i fondatori del Partito d’Azione (Pd’A) e anche dell’Unione Donne Italiane (UDI), Joyce Lussu si occupa dei Movimenti di Liberazione internazionali. Decorata dopo la Resistenza, con la medaglia d’argento al valor militare, ha militato nel Partito Socialista, nel Psiup, poi si è avvicinata al Partito Comunista, è stata segretaria della Sezione italiana della “Bertrand Russel Peace Foundation”.
Joyce
Salvadori Lussu (1912-1998) Si è occupata della condizione della donna nel libro “Padre Padrone Padreterno” del 1976 e con le sue ricerche sulla Sibilla dell’Appennino marchigiano del 1982, dove raccoglie tutte le tradizioni popolari nate attorno al mito delle sacerdotesse dell’antico matriarcato. Nel 1969 pubblica La Storia del Fermano. Nel 1970, scrive il romanzo della sua famiglia “Le Inglesi in Italia”. L’impegno politico, la ricerca poetica, l’indagine storica sono poi riscontrabili anche nelle tante opere saggistiche e narrative dedicate alla guerra, al militarismo e all’ecologia; tra le ultime opere: “Alba rossa” del 1970, “Il turco in Italia ovvero l’italiana in Turchia” del 1992, che narra l’evasione della moglie e del figlio del poeta, suo amico, Nazim Hikmet, organizzata da Joyce stessa. Gli ultimi anni li ha vissuti tra Roma, dove vive il figlio Giovanni, e San Tommaso di Fermo, nella casa paterna. Joyce muore il 4 novembre del 1998 a 86 anni a Roma, dove è stata cremata. |
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