Joyce Lussu storica e nonna al Virgilio
di Dina Franciulli

La prima volta di Joyce Lussu al Virgilio è stata sul finire degli anni ’80 : lei era entusiasta della nostra scuola perché ne condivideva l’impegno costruttivo, l’attuazione di una didattica

innovativa, frutto di una seria ricerca metodologica e strutturale che apriva gli studi classici tradizionali ad una sperimentazione pluri– indirizzo di più ampia rispondenza alle esigenze formative delle nuove generazioni. Per questi motivi Joyce aveva favorito l’iscrizione dei suoi due amati nipoti Pietro e Tommaso al nostro liceo. Nell’89, l’anno della Pantera, Joyce partecipò ad una memorabile, riuscita autogestione con vivaci, illluminanti interventi sui tempi più urgenti della formazione e della ricerca. La passione e il rigore analitico, la spinta alla progettualità dei suoi interventi coinvolsero a tal punto studenti e docenti che, negli anni successivi, si svolsero al Virgilio seminari e corsi di aggiornamento sulla Metodologia della storia, che videro la partecipazione di studenti e docenti, anche di altre scuole e di numerosi genitori.

Joyce, bellissima ancora a 80 anni, era essenziale nell’abbigliamento; pure non rinunciava ad una sottile, pudica civetteria: i pettini colorati che le accoglievano sulla nuca i bianchissimi capelli, gli scialli e, ai piedi, le leggendarie comode cinesine. Ostinata, determinata, sapeva essere durissima, talvolta faticosa. Ma, quando parlava, la sua persona pareva dilatarsi ed assumere una dimensione epica. Il suo discorso era ampio, ma costruito con attenta organicità. La sintesi era mirabilmente ovvia, convincente. Joyce andava alla sostanza delle cose, con il suo rigore ti metteva dinnanzi ai fatti e ti costringeva naturalmente ad intervenire per cercare di migliorare il mondo. Ecco, ad una coscienza morale, civile, illuminata e resa attiva dalla fiducia nel futuro.

Joyce diceva sempre, tra le molte altre, due cose: “ L’utopia è il possibile nel reale” e “se, cominciando da noi, ci muoviamo, ci rendiamo conto di essere in tanti…….. non è importante il successo, ma quello che succede e succederà”.


Joyce Lussu, la partigiana,
da Patrizia Caporossi

Joyce nasce a Firenze nel 1912 da genitori di origine marchigiana. Il padre a causa del suo impegno antifascista è costretto all’esilio in Svizzera. Joyce vive in un clima aperto al dialogo e ai rapporti sociali, studia Filosofia a Heidelberg fino al nazismo. Prenderà poi la laurea in Lettere alla Sorbona a Parigi e la laurea in Filologia a Lisbona. Dal 1933 al 1938 viaggia molto e si reca in Africa dove scrive i suoi primi testi poetici, apprezzati da Benedetto Croce sulle pagine della rivista da lui diretta, “La critica” (II, 1939). A Parigi, nel 1938, si unisce a Emilio Lussu, leader delle formazioni di “Giustizia e Libertà” e uno dei fondatori del Partito Sardo d’Azione, con il quale condivide fino alla Liberazione la vita politica clandestina, narrata da Joyce in “Fronti e Frontiere” del 1944. Negli anni Sessanta fa conoscere in Italia e in Europa poeti come Nazim Hikmet, Agostino Neto, Alexander O’Neill, Ho Chi Mihn. Le traduzioni sono anche l’esito di rapporti interpersonali e di un confronto con gli autori: la ricerca di un’affinità intellettuale e morale è al centro del suo lavoro. Nel saggio “Tradurre poesia” del 1967 Joyce sostiene: “…tradurre poeti di diversa nazionalità e cultura è anche la narrazione della loro conoscenza, della loro ricerca per le strade infangate e impolverate dei loro paesi, africani, curdi, afgani …”.

 

E’ quanto accade con la poesia di Nazim Hikmet, tradotto da Joyce nel 1964 per promuovere la causa del popolo curdo e divenuto ben presto un best seller.

Tra i fondatori del Partito d’Azione (Pd’A) e anche dell’Unione Donne Italiane (UDI), Joyce Lussu si occupa dei Movimenti di Liberazione internazionali. Decorata dopo la Resistenza, con la medaglia d’argento al valor militare, ha militato nel Partito Socialista, nel Psiup, poi si è avvicinata al Partito Comunista, è stata segretaria della Sezione italiana della “Bertrand Russel Peace Foundation”.

Joyce Salvadori Lussu (1912-1998)

Si è occupata della condizione della donna nel libro “Padre Padrone Padreterno” del 1976 e con le sue ricerche sulla Sibilla dell’Appennino marchigiano del 1982, dove raccoglie tutte le tradizioni popolari nate attorno al mito delle sacerdotesse dell’antico matriarcato. Nel 1969 pubblica La Storia del Fermano. Nel 1970, scrive il romanzo della sua famiglia “Le Inglesi in Italia”. L’impegno politico, la ricerca poetica, l’indagine storica sono poi riscontrabili anche nelle tante opere saggistiche e narrative dedicate alla guerra, al militarismo e all’ecologia; tra le ultime opere: “Alba rossa” del 1970, “Il turco in Italia ovvero l’italiana in Turchia” del 1992, che narra l’evasione della moglie e del figlio del poeta, suo amico, Nazim Hikmet, organizzata da Joyce stessa.

Gli ultimi anni li ha vissuti tra Roma, dove vive il figlio Giovanni, e San Tommaso di Fermo, nella casa paterna. Joyce muore il 4 novembre del 1998 a 86 anni a Roma, dove è stata cremata.