Incontro della 1 a e della 1 c con l’avvocatessa Marisa Gnocchi Nanni,
ex allieva del Virgilio.
La dottoressa Nanni abita da quaranta anni in via Giulia, proprio davanti al portone del Virgilio, la scuola dove ha preso la maturità, poi frequentata anche dal figlio Nicola, anche lui avvocato. L’abbiamo invitata a parlarci di come era il Virgilio negli anni della guerra.
- Dottoressa, che ricordi ha degli anni di guerra al Virgilio ?
Abitavo a Monteverde, in via Poerio, e venivo a scuola al Virgilio in tram. Mi ricordo ancora del ’38, quando schierarono in cortile tutti noi studenti in divisa di balilla - i ragazzi- o di giovane italiane – le ragazze-, e Mussolini venne ad inaugurare l’edificio appena restaurato. Io ero molto giovane e vivevamo in un regime in cui non c’era informazione, ma solo propaganda. Grazie ad un mio zio antifascista, che per questo suo atteggiamento era stato cacciato dal posto, avevo sviluppato qualche opinione sulla situazione politica e sulla guerra. E poi mio zio aveva molti libri, e a casa mia leggevamo i suoi libri.
Nella scuola la situazione era tranquilla, i professori non facevano propaganda fascista, anzi erano bravi e cercavano di farci intendere i valori dell’umanesimo attraverso lo studio dei classici. In classe mia c’erano due ragazzi, Trezzini e Miranda, che partecipavano ad attività antifasciste clandestine. Solo dopo la guerra ho saputo che a scuola c’era un insegnante di matematica e fisica del gruppo dei fisici di via Panisperna, il professor Luigi Fagiolo, che faceva delle riunioni politiche nell’aula di fisica.
Alla fine del ’42 si capì che la guerra andava male, c’erano le sconfitte in Africa, nei Balcani, in Russia. In città la situazione cominciò a cambiare: ricordo che un giorno, mentre tornavo a casa in tram, un ragazzo, un giovane operaio che stava sul tram, fischiò, in segno di scherno, due poliziotti che perciò lo volevano arrestare, ma gli altri passeggeri, soprattutto donne, li costrinsero a lasciarlo andare.
Per tanti ci fu una presa di coscienza e passarono all’opposizione come era possibile, esprimendo comunque posizioni antigovernative. La gente cominciava a rendersi conto della situazione e quando i tedeschi fecero la retata nel ghetto molti si adoperarono per salvarli; così il giorno dopo il massacro delle fosse ardeatine molte persone, soprattutto donne, si radunarono davanti alle cave. Certamente una gran parte della popolazione romana ha vissuto l’antifascismo, a diverso livello. Non tutti erano disposti ad essere eroi, ma la gente imparava a dire no, dopo aver detto sempre sì per tanti anni.
Una classe di scuola media durante il ventennio fascista
- Ricorda cosa successe dopo l’8 settembre ?
Dopo l’8 settembre ci fu l’occupazione tedesca della città e c’era molta incertezza sul futuro; ricordo però la sorpresa la mattina del 7 novembre del ’43, quando, arrivando a scuola, trovammo dei disegni con falce e martello e le scritte “viva la rivoluzione d’ottobre” “viva il socialismo” sui muri della scuola sul lungotevere. Le scritte erano molte, fatte con uno stampino, e poco dopo furono cancellate, ma colpirono molto noi studenti. Qualcuno aveva rischiato la vita per fare quelle scritte; poi ho saputo che era stato un ragazzo che abitava in via Giulia, Marcello Moretti.
Nel 1943-44 io facevo il secondo liceo: andavo bene a scuola, avevo la media dell’otto. Non mi andava di stare a scuola un altro anno, ero brava in latino e greco, e così potei saltare il terzo liceo, come prevedeva allora la legge. Diedi perciò la maturità direttamente alla fine del secondo anno, in classe mia andammo in quattro cinque direttamente agli esami di terza. Mi ricordo che il quattro giugno, il giorno dell’arrivo degli americani a Roma, diedi l’orale. Non ero molto preparata nei programmi del terzo, ma c’era una grande confusione. Poi mi sono iscritta alla facoltà di giurisprudenza e mi sono laureata in legge. In quegli anni ho acquisito una passione politica che mi ha accompagnata per tutta la vita, mi sono iscritta al partito comunista, ho lavorato cinque anni all’ufficio stampa della Cgil, dal ’49 al ’54, ed ho visto nascere tante leggi, quella sulla scala mobile, la maternità. Poi ho fatto l’avvocato del lavoro.