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MANLIO CANCOGNI,
supplente di filosofia, licenziato dal Virgilio per antifascismo
nel 1940
Come un romanzo
autobiografico diventa un libro di storia.
Manlio Cancogni, «Gli scervellati. La seconda guerra mondiale nei ricordi
di uno di loro», Diabasis, pp. 263, euro 13,80
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Siamo agli inizi di giugno del 1940.
Dopo mesi di calma sul fronte occidentale, l’esercito tedesco
passa improvvisamente all’attacco e occupa il Belgio neutrale,
aggira la linea Maginot e rompe le difese francesi. Mussolini teme
di perdere il «treno della storia» e si prepara a entrare
in guerra. Cominciano così le manifestazioni «popolari»
per la guerra, sollecitate e orchestrate dal regime, soprattutto negli
ambienti scolastici e universitari. Manlio Cancogni ha ventiquattro
anni e insegna storia e filosofia, con un incarico annuale, al Liceo
Virgilio di Roma. Il fascismo, la sua retorica, le liturgie del regime
e il concetto stesso di patria lo infastidiscono. Nella partita mondiale
che si è aperta il 1 settembre 1939, tiene per la Francia e
soprattutto per la Gran Bretagna. Quando scopre che i suoi studenti
si apprestano a manifestare, li ferma sulla porta della scuola e li
dissuade: «Vi rendete conto di ciò che state facendo?
Per un’ora di vacanza voi andate a dar mano a chi vuole trascinarci
in guerra».
Gli studenti tornano in classe, ma il preside, qualche giorno dopo,
lo convoca nel suo studio e gli rimprovera l’imprudenza; non
lo denuncia, ma non lo riassumerà alla ripresa degli studi,
in settembre.
Qualche settimana dopo Cancogni sostiene le prove orali di un concorso
per l’assegnazione di alcune cattedre di storia e filosofia
nei licei. Il professor Chabod, famoso storico, ha letto con piacere
il suo tema e lo ascolta con interesse. L’esaminatore di filosofia
lo fa parlare del suo filosofo favorito, Bergson. Una tesi controcorrente
sulle matrici storiche e culturali del Risorgimento crea fra gli esaminatori
e l’esaminato un clima di complicità. E Manlio Cancogni,
cacciato per antifascismo dal Liceo Virgilio di Roma, entra trionfalmente,
poche ore dopo, negli organici del ministero dell’Educazione
nazionale.
All’inizio del 1942, dopo un mese di guerra sul fronte albanese
e una lunga licenza per malattia, torna all’insegnamento in
un Liceo di Sarzana. Nel 43 lascia l’insegnamento e diventa
redattore della Nazione di Firenze intraprende una doppia carriera,
letteraria e giornalistica, che ha fatto di Cancogni uno dei più interessanti scrittori della sua generazione.
Manlio Cancogni (1916), giornalista,
collaboratore dell’Espresso, scrittore, vincitore del Premio
Strega nel 1973 con Allegri, gioventù e di un Premio Viareggio,
è uno scrittore curioso e vario. Esordisce come narratore nel
1943 con Delitto sullo scoglio. Seguono numerosi romanzi e racconti,
tra i quali La linea del Tomori (Mondadori, 1965), Azorin e Mirò
(Rizzoli, 1968 e poi Fazi 1996), La vita nuova (1986) e Lettere a
Manhattan (Fazi, 1997). Nel 1987 pubblica presso Longanesi Il genio
e il niente con il quale vince il Premio Grinzane Cavour, biografia
romanzata del pittore Guido Reni. Nel 1998 presso Fazi esce Matelda,
"racconto di un amore", dove l’amore è quello
per la poesia. Nel 2000 sempre presso Fazi, Manlio Cancogni pubblica
Il Mister, delizioso romanzo-apologo sul calcio ambientato nella Roma
fascista degli anni Trenta.
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