www.mediterranei.eu diretto da Patrizia Bonelli- patbonelli@katamail.com Le molteplici forme dell’arte:
E’ stata una grande emozione intervistare Vittorio Taviani sulla sua carriera di regista che ha sempre condiviso con il fratello Paolo e che ha avuto molti riconoscimenti, tra cui il più recente è la laurea “ad honorem” dell’Università di Pisa. Seduti nel suo salotto inondato della luce d’estate, nonostante le domande che gli rivolgo siano formali, Vittorio intesse il racconto di come cresce e si sviluppa l’immaginario dell’artista e il linguaggio scelto per dargli forma.
Nella vostra esperienza cinematografica avete seguito sempre la stessa strada, lo svolgersi di uno stesso percorso, o avete attraversato fasi e momenti diversi? E’ troppo difficile, o troppo facile, rispondere ad una domanda come questa. E’ come se tu mi chiedessi: cosa ne pensi della tua vita ? per approssimazione provo a dirti che il cinema è stato il nostro modo di vivere; attraverso il suo linguaggio abbiamo potuto esprimere, almeno in parte, quanto c’è in noi di chiaro e quanto di oscuro. Questo ci dà la sicurezza che la nostra vita, sia di fronte a noi stessi che di fronte agli altri, ha trovato un senso. Cinema d’arte e impegnato e didattico allo stesso tempo. Negli anni 70/80 il cinema italiano si espresse anche in forma didascalica e politica. Voi siete riusciti invece a leggere i temi forti della società contemporanea dentro strutture narrative che ne esaltavano il senso e la problematicità proprio perché in forma immaginifica e artistica. Di fronte ad una domanda critica così ben articolata, e in cui mi riconosco, provo comunque ancora imbarazzo, perché, ne sono convinto, un autore non è mai un buon critico di se stesso. Ma poiché voglio risponderti, mi affido ad una riflessione di Pirandello, proprio a proposito dell’autore e del suo processo creativo. L’autore – cerco di fare mia la sua riflessione- deve imparare prima di tutto l’arte della pazienza. Deve stare proteso come la corolla di un fiore, aperta verso l’alto in attesa che un refolo di vento, il passaggio di una farfalla o di un’ape lascino cadere su di lei del polline che la fecondi. Certo nell’artista, come nella parte migliore degli uomini, la volontà deve avere la durezza di una scelta, ma deve sapere confrontarsi con il caso, con ogni imprevisto, ogni contraddizione e le avventure che nel corso del tempo si agitano dentro e fuori di lui. Per noi due tutto questo, in pratica, significa vivere nel profondo il nostro personale dramma esistenziale, la nostra responsabilità di cittadini, il nostro rapporto con una natura di cui non riusciamo a conoscere il mistero. E significa soprattutto rimanere ancorati al linguaggio, al di fuori del quale tutto per noi rimane indistinto. Vorrei aggiungere che importante è cercare incontrare, conoscere più uomini e donne possibili, lontani, vicini, i loro destini. Mi viene in mente un’altra riflessione, questa volta di un grande fuori moda, ma questa sua riflessione è semplice e bella:”un artista, scriveva Mao Tse Tung, tende alla conoscenza universale”. Ma anche gli anni del più longevo degli uomini sono contati. La sua conoscenza diretta degli uomini sarà sempre limitata. Eppure c’è un modo per stabilire rapporti nel profondo con tante altre creature, quelle che l’arte suscita, direi nella loro presenza carnale, dalle pagine della grande letteratura, dai palcoscenici del melodramma, dallo schermo bianco del cinema, dalle raffigurazioni della pittura. Non è la Gioconda la creatura più che ci inquieta ? Tu hai accennato al cinema impegnato e didattico. Noi abbiamo sempre rifiutato, almeno per il nostro lavoro, questo tipo di classificazioni. “ Il cinema è inadatto ai messaggi, diceva Rossellini. Ricordatevi, i messaggi li porta il postino.” Questo non significa vivere per astrazione. Anzi, noi viviamo immersi in una società che è politica, in un mondo storico che ci coinvolge, spesso anche in modo furente, ma che comincia a diventare materia nostra, sangue del nostro sangue, (scusa l’espressione melò) solo quando si materializza in quello che noi chiamiamo i nostri “incubi notturni”, in quella ansia terrena e insieme metafisica, che si sprigiona dalle contraddizioni che in quel preciso momento della nostra vita personale sono le più angosciose. Se la fantasia – la farfalla, il vento…..- ci assiste, è attraverso un nuovo film che cerchiamo di lanciare sugli altre le nostre domande, le nostre contraddizioni, nella speranza che dal caos ci ritorni almeno una scheggia di senso.
Cosa ti piacerebbe sottolineare del rapporto con la letteratura, che pur essendo così importante tuttavia non è sempre stato costante nel vostro cinema? Noi abbiamo alternato opere che trovavano materia di racconto nella letteratura a film. Come dire, in presa diretta con il nostro presente. Ma non vogliamo creare equivoci: sono tutte opere contemporanee, figlie d i quegli incubi notturni di cui tiho detto. Desidero fare a proposito alcune considerazioni: certe volte, per esempio, ciò che vogliamo raccontare è così incandescente e immerso nella nostra quotidianità, che il filtro di un racconto ambientato nel passato permette di trovare quel distacco di cui si ha sempre bisogno. Altre volte gli inevitabili riferimenti a fatti e personaggi del giorno e a una terminologia soggetta al variare delle mode possono compromettere la linearità della storia che vuoi raccontare, il suo senso più segreto. Ti voglio raccontare a proposito questa nostra esperienza di circa trenta anni fa. Eravamo negli Stati Uniti per presentare i nostri film tra cui “Sovversivi”. Certi critici di new York che amavano il nostro lavoro ad un certo punto azzardano la domanda “Voi siete comunisti ? e i vostri film lo sono ?” Prendemmo fiato e rispondemmo: ”se invece di una colonna del vostro giornale ci mettete a disposizione almeno la metà del giornale, possiamo pensare di darvi una risposta:” Stupore, ilarità, grande interesse. Cercammo di fargli capire che una parola come comunista cambia completamente di segno, di senso, a seconda che venga pronunciata in USA, in URSS, in Italia e Francia. E’ una parola che è stata attraversata dalla storia con tutte le sue contraddizioni, abiezioni, glorie; nell’immaginario collettivo ha rappresentato per lungo tempo da una parte la speranza delle masse del mondo, dall’altra il segno del male. Pirandello ha avuto un ruolo di primo piano tra gli autori a cui vi siete ispirati ? In amore tendiamo ad essere fedeli; sul piano della letteratura gli amori sono invece molti e tutti passionali. Ho scoperto Pirandello nella mia infanzia ed è stato amore a prima vista. I miei genitori, eravamo quel giorno a Firenze, mi portarono a vedere alla Pergola “I sei personaggi in cerca di autore”. All’entrata sentii che sussurravano tra loro, guardandomi: ”Abbiamo sbagliato, è troppo piccolo”. Era vero. Rimasi sconvolto dalla visione teatrale e non per il contenuto morboso della storia tra padre e figliastra, di cui non capii assolutamente niente, ma per quel linguaggio teatrale che, auto distruggendosi con cattiveria e provocazione, reinventava se stesso: usando le macerie della vecchia tradizione, dei vecchi strumenti accademici, rendeva visibile il mistero della rappresentazione, ancora più coinvolgente, più fascinoso. Quel teatro distrutto diventava mille volte più teatro. Non sto esagerando: anno dopo anno, Pirandello cambiò la mia vita. Volli sapere, leggere tutto di lui, in particolare di quel Pirandello metafisico che mi portava al di là del quotidiano. Mia madre mi vedeva dimagrire e diceva: a te ti ha rovinato Pirandello. Molti anni più tardi sul comodino degli alberghi dove dormivamo durante isopralluoghi per un film sulla Sicilia stava il grande volume delle “Novelle per un anno”. Il giorno, sotto il sole andavamo in giro a vedere, a scoprire, ad incontrare. La sera a letto, rileggevamo alcune novelle di Pirandello, finché ci dicemmo: il nostro lavoro è questo di Pirandello si danno la mano. Anzi, la mano ce la dà Maristella, la tata del piccolo Luigi, una contadina arrivata dalla campagna e che, quando lo accompagnava a scuola, o la sera lo addormentava, gli raccontava le storie- fantastiche, grottesche, disperate- che lei aveva ascoltato nell’aia del suo borgo. Lo conferma Pirandello ” Lei è l’autrice, io le ho solo scritte”. E noi aggiungemmo: e noi le trasformeremo in cinema. Un’occasione emozionante dal racconto orale a quello scritto a quello filmico. Ma l’amore più assoluto, quello che si ha per la madre, la moglie, l’amante, i fratelli, i figli (come vedi alcune volte mi lascio andare) è l’amore per Lev Tolstoi. Poco tempo fa siamo stati invitati a discutere in un’aula universitaria. Di fronte a tutti quei professori, ho confessato: per me, per noi due, “Guerra e pace” è una realtà che non ha bisogno della mediazione del linguaggio, non è un oggetto letterario:è la continuazione diretta del fluire della vita. So bene che è un’eresia, pronunciata in particolare in un’aula di linguistica. “Forse è un’eresia- ci hanno risposto i letterati volendo stare comunque dalla nostra parte- certo è un’intuizione”. D’altra parte siamo convinti di quella che viene chiamata “Collaborazione nel tempo e nello spazio”. Una grande anima collettiva che di volta in volta ritorna, si rigenera, si rinnova in un giovane autore. I tragici greci hanno scritto le stesse storie e Amleto di Shakespeare ha avuto almeno tre o quattro fratelli più grandi. Per sdrammatizzare un po’ un argomento così alto, ricordi anche tu credo la battuta di Picasso quando gli fecero notare che imitava spesso altri autori:” Voi mi offendete ! Io non imito. Io copio”.
|