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L’inferno dantesco del carcere panottico L’isola di Santo Stefano divenne famosa per la prigione in stile panottico, a ferro di cavallo, dove dal centro era possibile controllare tutte le celle dei detenuti. Costruita nel periodo Borbonico (1795) per ergastolani ha funzionato anche per i detenuti politici di ogni epoca fino al 1965, quando la prigione fu chiusa.
Un carcere in stile panottico La prigione ha una struttura a ferro di cavallo con le finestre che si affacciano sul mare, da ogni cella non è possibile vedere altro che la prigione stessa. I prigionieri infatti dovevano essere consapevoli di essere sottoposti al controllo costante dei carcerieri. Il carcere fu costruito nel 1795 sotto il regno di Ferdinando IV, dall’architetto Francesco Carpi, allievo del Vanvitelli, che s'ispirò all'idea del “Panocticon” del filosofo inglese Jeremy Bentham. Quando nel 1860, alla vigilia del crollo del suo regno, Francesco II richiamò a Napoli tutti i soldati in servizio sull’isola, gli 800 ergastolani stabilirono un sistema di governo temporaneo con l’elezione di un comitato per amministrare la comunità isolana. All'arrivo delle truppe italiane, i detenuti ritornarono docilmente nelle celle. Il carcere era stato costruito per ergastolani, ma è sempre stato usato per prigionieri politici, specialmente dopo rivolte sociali e durante il regime fascista. Tra i reclusi nel carcere anche Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise Umberto 1°. Importanti uomini politici furono mandati durante il fascismo al confino a Ventotene, come Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che scrissero il manifesto per l’Europa Libera o di Ventotene. Tra i molti altri, 800 nel periodo di maggiore concentrazione, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro e Giuseppe Romita. Il rifornimento di acqua oggi Per quanto così vicino a Roma e a Napoli, l’isola non è devastata da turismo insostenibile e istituzioni locali e cittadini si prendono cura del loro territorio.Gli abitanti di Ventotene in passato hanno sempre raccolto l’acqua piovana per usi domestici dato che era l’unica disponibile sull’isola. Le grondaie sotto i tetti delle case convogliavano l’acqua in tubature, collettori e cisterne che di solito erano a forma di campana o con il soffitto a botte, per sopportare il peso di una gran quantità di acqua. Il loro interno era in genere ricoperto di malta idraulica e di solito erano interrate o comunque collocate al livello più basso delle case. Quando sono state introdotte le navi cisterne nel 1965 , l’uso delle cisterne per raccogliere riserve di acqua è andato perdendosi. I nuovi edifici non sono stati provvisti di cisterne e molte di quelle esistenti sono state trasformate in cantine o in piccoli appartamenti da affittare ai turisti in estate. Ultimamente però, per la carenza d’acqua in estate e per la maggioreconsapevolezza ambientale, si è rinnovato l’uso della raccolta di acqua piovana soprattutto per l’agricoltura familiare. E’ quindi possibile riprendere la raccolta di acqua piovana con l’appoggio dell’ amministrazione e una campagna fra cittadini e operatori turistici. In particolare i costruttori dovrebbero essere incoraggiati, anche con sgravi fiscali su oneri concessori o altro, ad usare le antiche tecniche di costruzione delle cisterne a campana o con la parte superiore a botte, la cui tradizione rischia di andare perduta, insieme alla tecnica idraulica di doppia tubatura, una per l’acqua piovana e un’altra per l’acqua dell’acquedotto. Attualmente gli abitanti delle piccole isole - sedi disagiate- godono prezzi agevolati o addirittura la gratuità dell’acqua, un business per il quale la regione Lazio paga milioni di euro ogni anno all’armatore che rifornisce gli acquedotti. Il comune di Ventotene ha iniziato un progetto sull’agricoltura e l’irrigazione secondo i metodi tradizionali con l’assessorato all’agricoltura della regione Lazio.
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