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L’inferno dantesco del carcere panottico
di Santo Stefano

L’isola di Santo Stefano divenne famosa per la prigione in stile panottico, a ferro di cavallo, dove dal centro era possibile controllare tutte le celle dei detenuti. Costruita nel periodo Borbonico (1795) per ergastolani ha funzionato anche per i detenuti politici di ogni epoca fino al 1965, quando la prigione fu chiusa.

Da allora l’isola è disabitata e oggi fa parte dell’ area protetta di Ventotene e Santo Stefano; in estate gruppi di turisti la visitano anche perché gli scogli della vasca Giulia, di epoca romana, sono uno dei posti più belli nel Lazio per tuffarsi in mare.


Se Ventotene ha una storia di esiliati e confinati politici, Santo Stefano è stato un luogo di segregazione: la vita violenta di dolore e privazione dei detenuti è descritta da Settembrini e testimoniata dal piccolo cimitero con le croci senza nome. In più di due secoli e mezzo di esistenza del penitenziario, ci sono stati periodi in cui fino a più di mille persone fra detenuti, ergastolani e guardie vivevano e lavoravano su questa piccola isola, poco più di uno scoglio. L’approvvigionamento di acqua per una comunità così numerosa, in totale assenza di falda, era assicurata da due enormi cisterne di raccolta dell’acqua piovana, sopra le quali era stata costruita la stessa prigione: il cortile interno della prigione infatti è diviso in due parti inclinate di raccolta dell’acqua piovana, quasi due valve di una conchiglia, una sorta di impluvium.
Dopo la seconda Guerra mondiale, poi, grazie ad un direttore illuminato, il penitenziario divenne un centro di produzione agricola e artigianale. La prigione fu chiusa nel 1965, proprio l’anno in cui fu introdotto anche l’uso della nave cisterna per approvvigionare il paese di acqua. La storia di quegli anni della prigione è stato il soggetto di un film “ Santo Stefano” presentato al Festival del cinema di Venezia nel 1997.

Un carcere in stile panottico

La prigione ha una struttura a ferro di cavallo con le finestre che si affacciano sul mare, da ogni cella non è possibile vedere altro che la prigione stessa. I prigionieri infatti dovevano essere consapevoli di essere sottoposti al controllo costante dei carcerieri. Il carcere fu costruito nel 1795 sotto il regno di Ferdinando IV, dall’architetto Francesco Carpi, allievo del Vanvitelli, che s'ispirò all'idea del “Panocticon” del filosofo inglese Jeremy Bentham. Quando nel 1860, alla vigilia del crollo del suo regno, Francesco II richiamò a Napoli tutti i soldati in servizio sull’isola, gli 800 ergastolani stabilirono un sistema di governo temporaneo con l’elezione di un comitato per amministrare la comunità isolana. All'arrivo delle truppe italiane, i detenuti ritornarono docilmente nelle celle.

Il carcere era stato costruito per ergastolani, ma è sempre stato usato per prigionieri politici, specialmente dopo rivolte sociali e durante il regime fascista.

Tra i reclusi nel carcere anche Gaetano Bresci, l’anarchico che uccise Umberto 1°.  

Importanti uomini politici furono mandati durante il fascismo al confino a Ventotene, come Sandro Pertini, futuro presidente della repubblica, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che scrissero il manifesto per l’Europa Libera o di Ventotene. Tra i molti altri, 800 nel periodo di maggiore concentrazione, Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso, Mauro Scoccimarro e Giuseppe Romita.

Il rifornimento di acqua oggi

Per quanto così vicino a Roma e a Napoli, l’isola non è devastata da turismo insostenibile e istituzioni locali e cittadini si prendono cura del loro territorio.Gli abitanti di Ventotene in passato hanno sempre raccolto l’acqua piovana per usi domestici dato che era l’unica disponibile sull’isola. Le grondaie sotto i tetti delle case convogliavano l’acqua in tubature, collettori e cisterne che di solito erano a forma di campana o con il soffitto a botte, per sopportare il peso di una gran quantità di acqua. Il loro interno era in genere ricoperto di malta idraulica e di solito erano interrate o comunque collocate al livello più basso delle case.

Quando sono state introdotte le navi cisterne nel 1965 , l’uso delle cisterne per raccogliere riserve di acqua è andato perdendosi. I nuovi edifici non sono stati provvisti di cisterne e molte di quelle esistenti sono state trasformate in cantine o in piccoli appartamenti da affittare ai turisti in estate.

Ultimamente però, per la carenza d’acqua in estate e per la maggioreconsapevolezza ambientale, si è rinnovato l’uso della raccolta di acqua piovana soprattutto per l’agricoltura familiare.

E’ quindi possibile riprendere la raccolta di acqua piovana con l’appoggio dell’ amministrazione e una campagna fra cittadini e operatori turistici. In particolare i costruttori dovrebbero essere incoraggiati, anche con sgravi fiscali su oneri concessori o altro, ad usare le antiche tecniche di costruzione delle cisterne a campana o con la parte superiore a botte, la cui tradizione rischia di andare perduta, insieme alla tecnica idraulica di doppia tubatura, una per l’acqua piovana e un’altra per l’acqua dell’acquedotto.

Attualmente gli abitanti delle piccole isole - sedi disagiate- godono prezzi agevolati o addirittura la gratuità dell’acqua, un business per il quale la regione Lazio paga milioni di euro ogni anno all’armatore che rifornisce gli acquedotti. Il comune di Ventotene ha iniziato un progetto sull’agricoltura e l’irrigazione secondo i metodi tradizionali con l’assessorato all’agricoltura della regione Lazio.