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diretto da Patrizia Bonelli- patbonelli@katamail.com

A Panarea per la migrazione primaverile dei rapaci


Aprile è il più felice dei periodi dell’anno, quello delle fioriture.
“Sono passati?” “Quanti erano?” “Forse si avvicina il picco. L’anno scorso all’inizio di maggio il picco c’era già stato”. Un ponte sullo stretto di Messina, di telefonate, però, per comunicare di volta in volta il numero di falchi pecchiaioli in migrazione contati da diverse postazioni. Una vicino Villa San Giovanni, in alto nei pressi del Pilone, l’altra sui Peloritani, in Sicilia vicino a Messina. Un’altra a Panarea, la più turistica delle isole Eolie, ma ancora non è estate. Questo vuol dire che il turismo è più scelto e sostenibile. Non è balneare ma escursionista, per lo più stranieri che vogliono godersi il panorama e la natura.

Purtroppo i mezzi per arrivarci sono più scarsi che d’estate; manca l’aliscafo quotidiano che impiega solo cinque ore da Mergellina a Napoli, la nave c’è solo due volte a settimana, gli altri giorni solo poche corse di aliscafi da Milazzo, uno la mattina e uno la sera. Quindi all’andata treno da Roma e nave da Napoli con cabina e al ritorno aliscafo fino a Milazzo, autobus fino a Messina , di nuovo traghetto per Villa San Giovanni e a Villa finalmente il treno per Roma. Non importa, all’andata viaggiare in cabina singola ha uno charme di inizio novecento e al ritorno una sosta piacevole a Messina per comprare cannoli e arancini di riso.

Una poiana nel cielo di Panarea

Arrivo a Panarea prima delle otto di mattina, gli osservatori LIPU, Michele ed Elena, sono già saliti alla loro postazione e mi hanno lasciato le chiavi di casa nel sottoscala. Scendo dalla nave e dal porto salgo per una stradina a sinistra che costeggia l’hotel Raya, facilmente trovo la casetta rosa con la tipica mattonella di maiolica con il nome “ Zi Matalena” e le chiavi. Dopo un breve riposo decido di salire anch’io alla postazione. Michele mi ha detto che si tratta di un percorso che non presenta difficoltà. Ma uscita di casa , quando chiedo conferma della strada da seguire per raggiungere Punta Corvo (m 421), gli isolani mi guardano sbigottiti e hanno ragione. Il percorso è lungo e faticoso, di circa un’ora e mezza.
Metà della strada è dentro l’abitato, attraversa San Pietro e Ditella, fino alla caserma dei carabinieri, poco più in là una vecchia discarica a sinistra e la discesa alla spiaggia delle Fumarole (la Caldara) a destra, poi il cartello che indica l’area protetta. Di là inizia il sentiero a tratti molto ripido, scalinate che si affacciano su splendidi orridi, quattro insenature di roccia dai riflessi rossi, falesie, torrioni, precipizi.
Lo sguardo incontra gli scogli, non so se siano la Nave o Basiluzzo e Stromboli, sormontata sempre da un filo di fumo che indica l’attività del vulcano. Sembra che nel disegnare le isole Eolie al sapiente pittore sia gocciolato l’inchiostro nel tratto che va da Stromboli a Panarea, lasciando una serie di scogli dalle forme e le dimensioni più varie che si colorano di sfumature diverse, incredibili, a seconda della luce del giorno e delle stagioni. In realtà Basiluzzo, Spinazzola, Lisca Bianca, Dattilo, Bottaro, Lisca Nera, i Panarelli e le Formiche sono nate dalla stessa attività vulcanica e formano un piccolo arcipelago, posto, a metà circa tra Lipari e Stromboli, su un unico bacino magmatico quasi del tutto sommerso.


A Cala Junco un sito archeologico neolitico

Fa caldo perché sono ornai le 13, a tratti dispero di arrivare in cima ed è così lunga e faticosa la strada che mi chiedo se non abbia sbagliato qualcosa e come sia possibile che la facciano tutti i giorni. Alla fine sono il cima, un piccolo tratto in piano e poi il panorama si apre dall’altra parte su Salina e Lipari , in lontananza si intravedono anche Vulcano e le coste della Sicilia giù in fondo sulla sinistra e Filicudi sulla destra. I nostri eroi sono lì armati di binocoli, macchine fotografiche e cannocchiale.

Sono passati un certo numero di uccelli, sempre troppo pochi, di làa due giorni ne passeranno a migliaia. Mi siedo su uno sperone di roccia, osserviamo costantemente il cielo e continuiamo a fotografare, i fiori, il paesaggio, gli uccelli rapaci e non solo quelli di passaggio - sono stanziali il Falco della Regina e il Falco Pellegrino col posatoio su uno sperone di roccia a picco sul mare-. Michele non trascura neanche di riprendere pigliamosche e rondoni. Chiacchieriamo, passano le ore e non pesano, alla fine mi accorgerò di avere il collo bruciato dal sole ed una caviglia gonfia. Scendiamo dopo le 19,30, i colori sono splendidi e i profumi inebrianti. In alto il cisto rosa, viola e bianco è dovunque nel pieno della fioritura, i corbezzoli, con i primi frutti insignificanti, il lentisco, il mirto, la ginestra, tutte le piante tipiche della macchia mediterranea, compresi i lecci. Più in basso piante di cappero, olivo, fico d’India e, poi di nuovo il profumo, del caprifoglio selvatico rosso, misto a quello delle piante da giardino come il pittosforo il plumbago, la bouganville e la rosa, ma ci sono anche quelle selvatiche come l’euforbia.

Nei giorni seguenti visiterò l’isola e mi renderò conto che è divisa nel senso della lunghezza da una elevata dorsale che separa la parte orientale e meridionale più bassa, con piccole spiagge e vaste zone pianeggianti -si notano ancora i terrazzamenti di vigne ed oliveti abbandonati -. Il lato occidentale e settentrionale è invece alto con coste inaccessibili e molto frastagliate, un continuo succedersi di terrazzamenti, crepacci e suggestive formazioni di lava solidificata.

Dalla parte opposta dell’isola, da San Pietro a Drautto incontro la bella spiaggia di Limmari e Punta Milazzese. A sinistra si sale verso il villaggio preistorico, sito veramente sorprendente con il suo di anfiteatro di scogli alti e la spiaggetta di Cala Junco riparata dallo scoglio alto e sottile del Bastimento. A destra si prosegue per un pianoro di media altezza che segna il perimetro meridionale dell’isola e che a un certo punto si inerpica di nuovo in un altro sentiero verso Punta Corvo.