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Il curculionide rosso delle palme,
del
Circolo Larus Legambiente di Sabaudia
Leggi la relazione:
L’infezione del curculionide rosso delle palme,

di Gino Tecchio, Perito agrario, esperto fitoiatra

La presenza in Italia di questo insetto, un coleottero appartenente alla famiglia dei curculionidi, è nota già da diversi anni, ma solo recentemente la sua capacità infestante si è resa particolarmente estesa e manifesta. Gli insetti fitofagi, quelli cioè che vivono a spese dei tessuti vegetali, possono provocare alle piante ospiti danni di vario tipo; di questa situazione si è reso involontariamente responsabile l’uomo stesso sia attraverso l’importazione di specie vegetali alloctone (se non direttamente importando, per scopi diversi, insetti estranei alla fauna locale sfuggiti poi al controllo), sia privilegiando eccessivamente le coltivazioni di alcune piante rispetto ad altre.


Esemplare adulto di curculionide
Il Rhynchophorus ferrugineus è un coleottero curculionide molto dannoso alle piante di palma.
La specie è originaria dell’Asia meridionale e Melanesia. Sono segnalati gravi danni nei palmeti da dattero della penisola arabica. Nel 1994 l’insetto è comparso per la prima volta in Europa e precisamente in Spagna; dall'anno 2005 è segnalato anche in Italia (Sicilia, Campania, Puglia, Lazio e Toscana).

Il rapido moltiplicarsi delle popolazioni di fitofagi legati a quelle colture o importate con l’introduzione di specie vegetali esotiche, non è stato seguito con altrettanta celerità dall’aumento delle popolazioni delle specie antagoniste (i predatori ed i parassiti) ad esse legate; in questo modo si è avuta in un certo qual modo un’alterazione degli equilibri biologici naturali. A differenza però di altre situazioni ben note per aver interessato interi ecosistemi giustificando un allarme per i danni apportati a boschi e ad altri ecosistemi autoctoni (si pensi ai danni provocati ad ambienti naturali a causa di funghi o altri parassiti, come la graffiosi dell’olmo, alcune malattie fungine per i castagni, lo stesso Parco Nazionale del Circeo più volte interessato dall’invasione di larve di una particolare specie di lepidottero), nel caso del “punteruolo rosso” ci troviamo invece di fronte a danni provocati esclusivamente a carico di specie vegetali introdotte dall’uomo, trattandosi di un parassita estremamente specializzato nell’attaccare, attraverso le sue forme larvali, piante ornamentali e di arredo urbano di importazione (particolarmente colpiti i vivaisti), non facenti parte della flora italiana.

Fugato dunque il rischio per i nostri ecosistemi naturali, boschivi e non, sottolineando che una eventuale lotta al curculionide spetta ai singoli privati, comuni, enti locali o associazioni proprietari delle stesse piante soggette a tale invasione, non vogliamo nella maniera più assoluta sottovalutare il problema, ma anzi dare ad esso la giusta collocazione per poter indirizzare nella maniera più opportuna i possibili interventi da adottare. Ad esempio, segnaliamo come inutile sia il tentativo di evitare o attenuare gli attacchi da parte del coleottero evitando il taglio delle foglie verdi, così come detto da più parti, in quanto mai sono stati osservatiattacchi all’altezza delle prime foglie basse con penetrazione attraverso le ferite provocate dalle potature verdi; essi di norma avvengono sempre dai piccioli delle foglie apicali. Come ricordato in vari articoli, esistono apposite trappole in grado di attirare gli adulti ed evitare così la contaminazione della pianta.


Larva di "punteruolo rosso"

 

Quanto alla possibilità di operare con il fuoco per contenere l’epidemia, anche qui sussistono dubbi in relazione al fatto che le larve si trovano lungo le basi degli stipiti fogliari, aree ricche di sacche di acqua e quindi non sempre di facile e completa combustione. I resti vegetali potrebbero dunque essere portati altrove per un trattamento chimico con pesticidi, ma in questo caso la cautela deve essere più che massima. L’utilizzo di pesticidi in loco potrebbe portare infatti, come conseguenza, alla morte di numerosi organismi autoctoni, non ultimi piccoli rettili fondamentali nelle catene trofiche naturali quali predatori di insetti parassiti di vario tipo. I soggetti di cui sopra, possono dunque decidere di effettuare la lotta al parassita nel modo più opportuno, ma sempre nel rispetto dei mezzi consentiti dalla legge. Non è infatti superfluo ricordare che, per contrastare situazioni di questo tipo e difendersi dalla eccessiva invadenza di insetti nocivi, nell’immediato dopoguerra si passò all’utilizzo di insetticidi organici di sintesi che il progresso della chimica moderna rendeva disponibili: nuovi prodotti come i cloroderivati organici, seguiti dai fosforganici ed infine dai carbammati.

Estremamente tossici e potenti, questi composti hanno riservato in seguito amare sorprese con effetti talora imprevisti, sempre indesiderati: sviluppo di una resistenza da parte di molti insetti a tali sostanze grazie al loro rapidissimo ricambio generazionale, che ha imposto la realizzazione di composti di volta in volta sempre più potenti; ripercussioni sulla salute umana per la possibilità di accumulo dei residui tossici nell’ambiente con contaminazioni conseguenti di terreni e delle acque superficiali ed ipogee (si ricorda a tale proposito la messa al bando del DDT in molti paesi, tra cui l’Italia); sospetta cancerogenità degli antiparassitari e loro facile accumulo nei tessuti umani; alterazioni degli ecosistemi biologici naturali con la distruzione, oltre che delle specie dannose in agricoltura, anche dei loro nemici naturali, preziosi entomofagi e specie utili che al contrario andrebbero salvaguardate. In questo, il ruolo delle autorità competenti dovrebbe dunque essere quello di saper indirizzare il singolo verso quegli strumenti più idonei, meno dannosi, che non solo siano consentiti dalla legge, ma che nel loro utilizzo siano dettati anche dal buon senso e da un rapporto non squilibrato tra risoluzione del problema ed effetti collaterali provocati.

Le bellissime palme delle Canarie di Piazza Roma a Sabaudia