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Hydria, un programma dell’UNESCO e del MIO-ECSDE In preparazione il portale per raccontare casi esemplari di raccolta, conservazione e distribuzione dell’acqua nel passato, per collegare l’antica saggezza con i bisogni del presente Il caso di studio dell’Italia sul sistema di raccolta dell’acqua piovana: Ventotene, una delle isole dell’arcipelago pontino, è stata sede di un palazzo imperiale romano costruito durante il primo secolo d.C. nonostante sia priva di falda acquifera perché di origine vulcanica. L’acqua, raccolta in due enormi cisterne scavate nel tufo e in parte ricoperte di un materiale impermeabile detto cocciopesto e grazie a un complesso acquedotto, veniva poi distribuita alle aree dell’isola che si trovavano più basso. La cisterna detta “Villa Stefania”o “Grotta Iacono”, la più distante dal centro abitato, prende il nome dalla famiglia che colonizzò Ventotene nel 18. sec., misura 700 mq. e dista 400 metri dall’altra cisterna.
Il funzionamento delle cisterne Le due enormi cisterne erano collegate con un acquedotto sotterraneo che scendendo verso il versante nord est dell’isola si divideva in due. Un ramo raggiungeva “Cala Rossano”, da dove l’acquedotto raggiungeva villa Giulia da un lato e il porto dall’altro; il secondo invece scendeva verso la peschiera. L’area vicino le cisterne era leggermente inclinata (compluvium) per convogliare la maggior parte dell’acqua piovana verso il bacino di raccolta chiamato “impluvium” e alle cisterne. Secondo un calcolo approssimativo, moltiplicando l’area del bacino di raccolta per la media di pioggia dell’isola (700-600 millimetri all’anno), ogni anno questo sistema di raccolta dell’acqua poteva immagazzinare fra 700 mila e 800 mila litri di acqua. Dalle cisterne, grossi tubi sotterranei rifornivano contenitori secondari per la decantazione e il drenaggio: due verso punta Eolo e Villa Giulia, un’altra sopra il porto, ritrovata recentemente sotto la cripta della chiesa di Santa Candida. Le tubature erano interrate a 5/6 metri di profondità per 1 km e mezzo fino alla villa, alla peschiera e al porto. “Villa Julia” era già in uso alla fine del primo secolo a.C., dopo che, con l’imperatore Augusto, Ventotene era divenuta parte del patrimonio imperiale. Poco più tardi nel 2 a.C, secondo Svetonio e Tacito, la figlia di Augusto, Giulia fuconfinata a Ventotene perché aveva infranto le regole morali note come Lex Iulia e vi trascorse diversi anni con la madre Scribonia. Da allora, dato che le dimensioni ridotte e la collocazione vicino Roma e Napoli rendevano semplice il controllo dell’isola, Ventotene divenne un luogo di esilio per donne appartenenti alla famiglia imperiale. L’intera isola tra il primo secolo a.C. ed il primo d.C. fu trasformata in una residenza che poteva offrire agli ospiti aristocratici un livello di comodità e servizi e intrattenimenti simili a quelli cui erano abituati a Roma. Nel 29 A.D. anche Agrippina Maior, figlia di Giulia e Agrippa, fu esiliata a Ventotene, seguita pochi anni più tardi da una delle sorelle di Caligola, Livilla, dalla prima moglie di Nerone Ottavia (62 d.C.), e infine da Flavia Domitilla (95 d.C.), ultimo membro dell’ élite romana ad essere segregata a Ventotene. L’architetto latino Vitruvio consigliava l’uso di diverse cisterne di decantazione e di drenaggio per migliorare la qualità dell’acqua. Lo scorrimento dell’acqua era assicurato dai diversi livelli di bacini, contenitori e tubazioni. L’ossigenazione dell’acqua era consentita dalla circolazione dell’aria nelle cisterne essendo il livello dell’acqua molto più basso delle volte a botte. Ma era il fatto che le cisterne sono scavate nel tufo che rendeva la qualità dell’acqua eccezionale, fresca e pulita, evitando o limitando l’evaporazione dell’acqua. Inoltre l’acqua piovana, scorrendo dentro le cisterne e le lunghe tubature, diventava maggiormente potabile sciogliendo i minerali del cocciopesto o della terracotta delle pareti. Da un certo punto di vista il sistema funzionava come una falda acquifera artificiale.
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